16.11.09
UMANITÀ 25: Slittanti
Ci sono persone cui tutto scivola addosso come se non esistesse niente che li scalfigge sui terreni dell'onore, della dignità, dell'orgoglio: mirano a mantenere il potere a spese degli altri, evitando di impennarsi, di dire come la pensano, di enunciare la verità, frattanto danneggiano i circostanti per promuovere se stessi. Sono lupi che appaiono come agnelli. Allievi in tono minore di Machiavelli, arrivano lontano, coadiuvati dal conformismo sociale.
Personalmente, preferisco i donchisciotte.
14.11.09
IDENTITÀ, 30: In meno
Avrei voluto sentirmi come un niente disperso qua e là.
NOTA
Il corsivo è un riferimento a Montale, Ossi di seppia, "Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale".
12.11.09
Clinica per malattie mentali (5)
Sofiya e X scesero dall'auto, entrarono in uno stabile di una frazione del capoluogo, salirono al quarto piano di quell'edificio dal passato Liberty con un ascensore a gabbia e le pareti di legno.
Sofiya prese per mano X, spinse una porta a vetri su cui c'era scritto "Dott. Vincenzo Maiùti, Psicologo"; chiamò con voce allegra e squillante dal corridoio: "Vinci, siamo noi"; e, sempre tenendo per mano X, entrò in uno studio ben arredato, sembrava un'imitazione del salotto di Sherlock Holmes nel film sulla vita privata del noto detective.
Vincenzo era seduto su una sedia di velluto rosso e fumava la pipa. Parbleu, aveva un completo scuro di vigogna, col gilè e tutto, anche gli occhiali e la barba di taglio simile a Freud, era vero però, come aveva detto Sofiya, che non aveva un filo di grasso.
"Si accomodi", ebbe appena tempo di dire Vincenzo a X mentre Sofiya si slanciava verso Vincenzo, abbracciandogli il collo seduta sulle sue ginocchia.
X era perplesso, se non altro per quelle effusioni che gli parevano fuori luogo in sua presenza.
Comunque Vincezo disse con gentilezza: "Okay, Sofi"; si alzò; lei fu costretta allora ad alzarsi, si sarebbe detto controvoglia; quindi lo psicologo si risedette e chiese a X: "Vuole un caffè?"
10.11.09
CENNI, 43: Da questo lato
Vale la linea di confine: la riga appena marcata di qua dal paese, di qua dal mare, dove l'occhio ha notato il paesaggio, dove la macchina ha scattato, il luogo invisibile che l'immagine non rivela, potrebbe essere sede di degrado, attimo d'impazienza, situazione meno oleografica della ripresa effettiva.
8.11.09
6.11.09
Clinica per malattie mentali (4)
Se quella era cautela!, pensava X. Sofiya, precisa come una tigre bengalese, o come Jet Li, nelle mosse di karaté di cui aveva dato prova alla clinica, era svagata come una ragazzina romantica guidando l'auto, chiacchierava guardando X invece della strada. Due o tre volte X dovette mettere le mani sul volante per manovrare il veicolo che stava per andare fuori strada.
Le chiese: "Ma dove hai imparato a guidare? E dove hai imparato il karaté?".
Sofiya rispose che aveva imparato a guidare a scuola guida, ma dopo aver fallito l'esame tre volte, si era pagata la patente, "sai com'è", coi soldi di un film che aveva fatto in veste di comparsa, aveva imparato il karaté a Hong Kong, dove aveva vissuto qualche anno, ma poi era tornata in Italia per nostalgia di Vincenzo.
"Chi è questo Vincenzo?", chiese X.
"Oh, Vincenzo è uno psicologo eccezionale. Vincenzo ha gli occhi neri. Vincenzo non ha un filo di grasso. Vincenzo è affettuoso..."
"Sì, vabe', ho capito, è il tuo fidanzato".
"Oh, sì", rispose Sofiya, "come hai fatto a indovinare?".
X sospirò, chiese: "Ti dispiace se guido io?"
"Mah, cioè, veramente... Non so... Vincenzo mi ha detto di stare attenta, che tu... non saprei...".
“Non preoccuparti, non scappo, tanto dove andrei? Se mi trovano ritorno alla clinica".
"Ah, giusto", disse Sofiya, "ecco, vedo che sei ragionevole, del resto Vincenzo non vuole farti del male, più che altro ha bisogno di te; io, hai visto, ti difendo; in quella clinica c'eri per errore e noi ti liberiamo!", gli diede un bacio sulla guancia, commossa, a momenti finivano contro il guardrail.
Era strana Sofiya, pensò X: così rassicurante alla clinica e così sbalestrata nella viabilità. Russa... ma aveva vissuto a Hong Kong e parlava italiano quasi senza inflessione straniera. E poi Vincenzo... In due anni di vicinato, non aveva mai visto quello psicologo, se lo era. Boh, magari era lei ad andare a casa del fidanzato e non viceversa. In effetti, pensò X, la si incontrava poco sulle scale dello stabile dove entrambi, Sofiya e X, abitavano.
Alla fine l'auto si fermò e X sedé al posto di guida. "Dove vado?", chiese. "Prendi l'autostrada n. 11, la prossima svolta a sinistra, ok?”, spiegò, di nuovo calma e precisa, Sofiya. Ripartirono.
[4. Continua]
4.11.09
Clinica per malattie mentali (3)
Tempo ne avevano davvero poco a giudicare dalla velocità con cui Sofiya lo guidava tra i corridoi della clinica, fermandosi circospetta agli angoli e poi correndo se non si vedevano infermieri o pazienti.
Arrivarono alla porta a vetri che dava sul giardino: "Usciamo di lì", disse Sofiya indicando quella porta. "Ah", disse X e mise la mano sulla maniglia per aprirla. "Nooo!" ebbe appena il tempo di dire Sofiya senza riuscire a fermare quella mano che fece scattare l'allarme. Gli diede una spinta per farlo passare oltre la porta verso il giardino e fronteggiò a colpi di karaté i due infermieri accorsi subito: caddero come birilli senza nemmeno urlare. "Però", disse X; ma Sofiya gli riprese la mano e ricominciò a correre, questa volta tra gli alberi e sui prati all'inglese della clinica.
Arrivarono al cancello principale. Sofiya tirò fuori dalla tasca dell'impermeabile un congegno elettronico, sembrava un telecomando, lo azionò e il pesante cancello di ferro si aprì. "Però", ripeté X; e lei di nuovo lo prese per mano, si rimise a correre, lo sospinse dentro un'utilitaria (lui pensò, ma guarda cosa si va a pensare in certi frangenti, che non era, come si sarebbe aspettato, un'auto sportiva) e partirono.
"Mettiti la cintura di sicurezza", disse Sofiya, "in macchina senza cintura è pericoloso"."Sì", pensò X, "perché finora abbiamo fatto tutto con cautela..."; comunque se la allacciò.
3. Continua
2.11.09
Clinica per malattie mentali (2)
La signorina del quinto piano si chiamava Sofiya ed era lì, di fronte a lui, nella stanza bianca. Com'era entrata? Cosa voleva? Aveva un impermeabile corto, beige, un trench. Dalla tenuta si sarebbe detta una spia. Certo, doveva esserlo, l'aveva letto in quanti gialli che nelle cliniche psichiatriche... Perché cos'altro poteva essere il posto in cui si trovava? Era perspicace, X, si disse, ridendo tra sé, haha, compiaciuto.
Sofiya era lì e aspettava. Cosa aspettava? Disse: "Ecco, era ora che ti svegliassi, X"; gli diede una tuta blu sportiva: "Fatti una doccia, poi indossa questa, che usciamo".
"Usciamo?", disse X sorpreso. "E dove andiamo?".
“Te lo dico dopo”, rispose Sofiya. Era misteriosa, pensò X; comunque, non sapeva nemmeno lui perché, Sofiya era anche rassicurante e tra parentesi, a guardarla, era anche piuttosto bella, X ridacchiò di nuovo tra sé haha, ma lei disse: "Non farti idee strane, che tra noi c'è solo un rapporto di lavoro, quindi smettila di guardarmi le gambe, la prossima volta mi metto una gonna lunga".
"Dai, Sofiya", disse X, "non è che, cioè".
"Vai a farti la doccia", disse lei, con un sospiro di commiserazione, "che abbiamo poco tempo".
2. Continua
30.10.09
28.10.09
26.10.09
MODERNITÀ, 22: Scandali
Dibattito tra politici articolato sulla vita privata. Quali pubbiche virtù additare? Quali manchevolezze verranno invece alla luce dell'ordine prettamente politico? In quali frangenti viviamo?
24.10.09
IDENTITÀ, 29: Grigio
TITOLO: Giornata buia e tempestosa.
SVOLGIMENTO: Il giorno era grigio fuori. L'umore era grigio dentro.
CONCLUSIONE: Fine.
22.10.09
Clinica per malattie mentali (1)
Perché arrivavano messaggi contraddittori e poco decifrabili da ogni fonte immaginabile e poi sparivano dal computer senza che avesse fatto alcunché per cancellarli? Messaggi che parlavano di cose che gli erano capitate durante la giornata, ingigantendone la portata e diventando simili ad atti criminosi. "Hai visto la signorina russa del quinto piano che si è sciolta i capelli sulle spalle?", diceva una mail; e poi: "non dovevi vederla, andrai all'inferno per questo". Oppure: "Perché hai rubato un rettangolo di farinata alla farina di riso da dietro il banco del fornaio allungando la mano e facendoti rimproverare dalla commessa? Altro che rimproveri, meritavi la prigione". "Prigione, prigione, prigione", diceva un altro messaggio. Ne arrivavano di continuo, anche la domenica. E perché dopo una telefonata di un collega che era andato a prendere il caffè da lui, sommessa, con la mano davanti al ricevitore, di cui non riusciva a capire le parole, erano arrivati quei due infermieri? E perché ora aveva un gran mal di testa e le pareti del suo studio non erano più tappezzate di libri? E dov'era il suo computer? E perché era tutto bianco, bianco, bianco in quella stanza e ora aprivano una porta e gli infilavano un ago nella vena e perché pensava un altro ago? Forse che prima ce n’era stato un altro, forse che prima, forse che...
1. Continua
20.10.09
Alfabeti, 4: Mon
Monotematica delle paranoie monitorate dal monco intelletto monotono e privo di idee come una monotropacea, detratta la clorofilla; e ripetuta la suddetta monotematica su una monovia mentale della ragione mentre si profilano invece dal montaceneri dell'inconscio problematiche monstre monticanti presso la soglia della coscienza con pericolosità monsonica. Frattanto il monzile della monturata persona (intesa junghianamente), monitorando l'intorno, lancia un montjoie per respingere l'assalto montante di quell'id. L'essere mondaico, che si credeva monoblocco e monocarpico, affetto da moniliasi interiore, scoperta invece la molteplicità e acceso d'ira e autoodio come d'un rosso monachino, sbuffa e rimbrotta non si sa chi, oppresso com'è da grave monoideismo paranoico.
18.10.09
16.10.09
14.10.09
12.10.09
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 10: Non c'è fine
"[...] Oh Zoya, il tuo nome scolpito nella notte. Quante settimane compagne dell'assenza. Le statue del parco divise dall'ansia. Le tue lettere mancanti. Le tue due sillabe ripetute. Un improvviso viaggio di Antòn a Mosca e da quel giorno mai più tue. Oggi era il pomerigio in cui si attendeva il tuo ritorno a Tyumen. Aspettare è la vita sospesa. Quale messaggio recano i bambini che giocano tra le aiole, i corvi che beccano saltellando, le rondini fulminee? Non avere notizie di te, da questo esilio siberiano. Zoya... Zoya [...]".
Nota
Il testo delle Elegie in prosa si ferma qui, con questa voce sibillina. Se si tratta di una storia vera, si sarebbe curiosi di sapere se Zoya tornò a Tyumen nel giorno pattuito. Se sono appunti puramente letterari (come noi non propendiamo a credere), l'incompiuto vi ha un suo effetto, indubbiamente, tanto nell'abîme dei singoli pezzi che nella conclusione.
A differenza di Zoya, la figura di Antòn è biograficamente accertata. Si tratta di Antòn Antonov Iltchenko, proprietario della tenuta Svyatoj Krasnovatij (citata nelle Elegie, si è visto, col nome di tenuta Gončarov), e psicologo. Ricerche della Fondazione Djorkaeff, e soprattutto del Professor Kirill Slatkin, autore della monumentale Vita di Anatoly Djorkaeff (edizione russa più recente San Pietroburgo, Çneskjia, 2003; in corso di traduzione in italiano per mano della valente Gemma Lalli), non hanno apportato elementi a sostegno di una sua presunta storia sentimentale con una moscovita che potesse essere Zoya. La vita di Iltchenko pare essere scorsa senza scosse tra la famiglia, la moglie Valerya e i figli cui era affezionato, la cura della proprietà di Tyumen in cui trascorse parecchio tempo a differenza di altri latifondisti assenteisti e la casa di Mosca, in cui passava regolarmente l'inverno e i primi giorni della primavera, tornando a Tyumen poi per la restante parte dell'anno. Si deve a Iltchenko, anzi, una serie di quadri psicologici di Djorkaeff, esposti nel suo Diario clinico, acquisito dall'Archivio della Fondazione Djorkaeff nel 2001, ivi consultabile, ma non pubblicabile a causa dell'opposizione degli eredi che ne detengono i diritti d'autore. Per gentile concessione, tuttavia, mi è stato permesso di copiare questa frase di Iltchenko: "Anatoly: fervidamente teso a osservare la propria nevrosi e intelligentemente (in russo razumno) a trasferirla in figurazioni fantastiche".
10.10.09
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 9: Crinale del giorno
"[...] Il passaggio delle verità nel dormiveglia, quando il volto che si profila nel bianco lunare della neve attraverso la finestra sembra reale e si è tentati di seguirlo per ritrovarsi nel gelo e perire come se la follia colpisse d'improvviso. O gli istanti delle decisioni sul crinale tra la notte e il giorno quando, compiuta una scelta, l'arrivo precoce e definitivo della mezzanotte non concede più adito di barcollamenti. La bottiglia stappata nel rinnovarsi dell'anno; la geometria di stelle riprogettate ogni sera nel cosmo. Le simmetrie degli edifici di Tyumen danno un senso di vuoto, ma anche di armonia. Presagi, Zoya, in questo periodo in cui sei lontana e tornerai non prima della prossima primavera dal tuo viaggio presso la casa paterna, che se la sorte separava Maša e Pëtr li ha infine riuniti. Come tentare mille volte di ricominciare il proprio destino. Come smettere una cattiva abitudine senza riuscirci se non all'infinitesimo tentativo. Tu... tu... [...]".
Nota
Maša e Pëtr: riferimento alla Figlia del capitano di Aleksàndr Sergéevič Puškin.
8.10.09
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 8: Ombre
"[...] Le ombre dei fondi del caffè si riflettevano sulle tue guance illuminate, vicino ai vetri della finestra, dalla candela. Eri delusa, tenevi gli occhi bassi. Come continenti in miniatura le appendici nere, umide, si stendevano dalla tazzina rovesciata sul piatto, oracolari, previdenti. 'Davvero sarà il futuro lo scoglio di un mare mosso, come in questo disegno del caffè?'. Perché non ti piaceva quella figurazione? Io la trovavo consolante. L'acqua salata oscilla, la nuvola passa, fermezza della pietra. L'occhio del gabbiano scruta dall'alto. Nostre fragilità umane, liquide di oceano. Il male ci ha assalito senza che lo cercassimo: naufragi, porti. Registrazione di eventi che si fissano nell'anima e costruiranno una fibra del carattere. Oh Zoya, vorrei essere capace di darti..., vorrei saper essere come tu desideri. Guarda le lancette della pendola: procedono calme, costanti! [...]".
6.10.09
MODERNITÀ 21: Dove andiamo?
I volti impietriti di certi politici visti in televisione invocare argomenti contro i diritti. Gli scioperi ritenuti provocazioni. Le affermazioni di libertà considerate di parte. Lodi, lidi autoritari, loculi per la democrazia. Modernità populista e dittatoriale.
4.10.09
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 7: Pene
"[...] né c'erano altre ragioni che confessare le pene di un'anima; e tu me ne consolavi con ironia. 'Forse che lei, signore', mi prendevi in giro chiamandomi così e dandomi del lei, 'ha sofferto perché ha perso un oggetto che le premeva, magari un orologio o una penna stilografica? O quando doveva riparare la casa di campagna e non aveva tempo di farlo? Hahahaha'. Il tuo riso cristallino, ridotto all'essenziale, senza nulla di affettato. Gli occhi che si accendevano. Quello stesso pomeriggio in cui, seria, d'improvviso hai aderito alla mia richiesta di [...]".
2.10.09
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 6: Lo sguardo
"[...] perché mi avevi chiesto di guardarti senza muovere le labbra? Mentre la neve, la nostra eterna neve cadeva al di là dei vetri, il focolare evidenziava il tuo sguardo. Durante la serata, mi hai raccontato di Antòn, rompendo di colpo il silenzio. Zoya, anche se dicevi di non amarlo più, non riuscivo a parlare non perché me l'avevi ordinato, ma [...]".
30.9.09
CENNI, 36: Lessico
Dopo aver utilizzato la parola "sopito" se ne pentì. Nessun aggettivo al di sopra delle 500 occorrenze più utilizzate sembrava degno d'uso. Tutti gli altri apparivano triti, forse libreschi, forse sciocchi.
28.9.09
CENNI, 35: Jogging
L'orizzonte era una linea incerta lungo il confine del mare. L'aria bianca e poco definita. In una pausa i pensieri sopiti.
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 5: Il cancello
"[...] così il cancello si era richiuso e l'addetto alla proprietà di Antòn ci aveva avvertito che di lunedì il nostro amico non voleva essere disturbato. Le sbarre dietro di noi mentre la vettura si allontanava dalla tenuta nella neve. Costeggiavamo ancora il fiume. Tu eri stizzita così graziosamente. In silenzio ti guardavo aggiustarti il colletto del vestito nero, con la mano sinistra poggiata sul manico dell'ombrello. Oh Zoya, quelle mani sottili e formate con tale perfezione. La tua mano destra nella mia, infine, all'imbocco della strada che riportava verso Tyumen. Zoya, non ho altri ricordi che quelli che ti includono, non ho che te [...]".
26.9.09
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 4: Percorsi
"[...] perché è di ieri il senso di smarrimento, la difficoltà di procedere ai crocicchi; occorreva attendere a un bivacco, fissando il fuoco come si fissa una speranza. Il tragitto degli uccelli migratori riporta sempre alle origini. È la casa, il camino, la fioritura, Zoya, quello che ci fa essere. E non vedi, forse, la linea stagliata dell'orizzonte ora che il vento disperde le nuvole? Una pietra levigata nel fiume emerge dall'acqua. Ci sono segnali, segnali, segnali, Zoya. Gli occhi della civetta scrutano la notte. L'attenzione del bianco disperde i dubbi. Oh vedremo, udiremo, tu e io sulla pianura tenendo tu la mia mano, io la tua; e [...]".
24.9.09
IL SIGNOR INNOMINATO E LA SIGNORINA GIARDINIERA, 7: Matrimonio
Non si dettero un bacio o simili quando si fu richiusa la porta, anzi il signor innominato sedé su una sedia impagliata e si girava i pollici in grembo senza sapere dove guardare, alla fine la signorina giardiniera gli mise in mano il piccione e gli disse di spennarlo, così almeno aveva qualcosa da fare, lei intanto impastava per i pici sul tavolo col sopra di marmo; e si diffondevano i profumi della casa contadina e solerte; e già bussavano al battente nel giro d'una mezz'ora che la signorina giardiniera aveva fatto appena in tempo a mettersi il vestito e le scarpe coi tacchettini; ed ecco entrava la mamma con la sorella; la mamma diceva: "Oh c'è anche lei signor innominato", e la sorella "Capace ora se gli metti la zappa in mano che ce la dà sui piedi a tutt'e tre"; e la signorina giardiniera diceva alla sorella: "Ma dai la vuoi finire, quella è acqua passata, guarda cosa mi ha regalato il signor innominato”, e mostrava il braccialetto; allora la mamma della signorina giardiniera diceva: "Oh signor innominato, ma era un po' l'ora che si facesse avanti; quando vi sposate, visto che i braccialetti d’oro si danno per il fidanzamento?". "Come, cioè...", diceva il signor innominato"; e la signorina giardiniera diceva: "O mamma, non me lo spaventare"; e la mamma diceva, sottovoce stavolta all'orecchio della figliola: "Oh ma l'è tirchio, te lo sei dimenticata?"; e la signorina giardiniera rispondeva sottovoce alla mamma: "Che c'entra, ho del mio, c'è la casa di Lamporecchio e il campo di patate"; e la sorella diceva a voce alta: "Secondo me la data giusta è il 10 giugno, d'estate". Il signor innominato diceva di nuovo: "Come, cioè...". Ecco che entrava Friederick Boreman (ma da dove saltava fuori? O se avessero programmato tutto Boreman e la signorina giardiniera?, ma questo non si sa di sicuro). Insomma, Boreman diceva: "O che bella notizia, il 10 giugno mi va proprio bene", prendeva la mano del signor innominato, la univa alla mano della signorina giardiniera e li dichiarava fidanzati. Il signor innominato diceva allora per la terza volta: "Come, cioè...", ma ormai era fatta. La signorina giardiniera faceva uno dei suoi sorrisi, la mamma si tergeva il sudore col fazzoletto, la sorella diceva: "Tutto come si era previsto" e la mamma le dava un'occhiataccia. Beh, alla fine si misero a tavola.
Questo succedeva un paio d'anni fa, che ora la signorina giardiniera e il signor innominato sono andati a vivere da sposi a Lamporecchio, nella proprietà di lei. La sera, davanti al caminetto, il signor innominato le dice: "Oh signorina giardiniera, ha passato bene la giornata?", perché si danno ancora del lei. La signorina giardiniera chiede: "Io sì, abbastanza, e lei?". Il signor innominato dice: "Beh, sì, più o meno. Lo sa cosa?". "Cosa?". "A volte pensavo a lei oggi pomeriggio; e pensavo che si poteva andare a mangiare in trattoria sabato". La signorina giardiniera sorride e pensa: "Un po' è migliorato. Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Ma poi alla fine le cose s'aggiustano, vai".
[FINE]
22.9.09
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 3: Il fiume morto
"[...] 'Il fiume Morto', hai detto, rincalzandoti con la mano sinistra i bottoni di raso della mantella mentre la vettura costeggiava l'acqua. 'Si chiama così perché non corre; a volte il vento lo increspa e si ha l'impressione che vada controcorrente'. Mi guardavi. D'improvviso ti sei tolta il cappello ed hai appoggiato la testa sulla mia spalla. Avrei voluto piangere, Zoya. Quanta malinconia nell'acqua, nell'esperienza degli anni trascorsi nell'errore, nella cecità, nell'immobilità, nella testardaggine che ha impedito di risalire il corso dei flussi alla rovescia, o, quando lo si è fatto, tra gli eccessi di un anticonformismo spinto all'estremo; ma c'era uno slancio nel constatare il passaggio dell'airone: come un presagio di movimento armonioso nel futuro, attraversava l'aria rarefatta sopra la tenuta Gončarov, che l'amico Antòn ha così chiamato dal grande scrittore. 'Si può imparare a vivere?', chiedevi, seguendo la traiettoria di quel volo e citando proprio l'autore di Oblomov. Poi, come se avessi pronunciato qualcosa di pretenzioso, hai osservato, con semplicità: 'Il cielo, com'è blu', prendendomi la mano, che ho tenuto stretta per tanti, tanti minuti [...]".
20.9.09
ELEGIE IN PROSA DI ANATOLY DJORKAEFF, 2: Gocce
"[...] le gocce, Zoya, di ieri, la fatalità dei fulmini, i tuoi occhi dorati nel bagliore che spezzava la linea uniforme della spiaggia. Tu respiravi lieve nei palpiti del vento che stravolgeva la stasi delle erbe, delle dune, del tempo che passava inavvertito e tra fili di silenzio e di cielo bruno, bianco, blu. Zoya, la tua mano composta che appena si aggrappava alla lana ispida della mia casacca. Oh sprofonderemo in quell'istante. Il primo piano del tuo sguardo. Le labbra delineate nel crepuscolo. Zoya... Zoya... Presto sarà il sempre? Presto saremo? Il corridoio, qui fuori dello studio, stamani, conduce nel giardino, la tempesta terminata, questo momento d'alba, di pace [...]".
18.9.09
IL SIGNOR INNOMINATO E LA SIGNORINA GIARDINIERA, 7: Era passato un po' di tempo
Non si rividero a breve nonostante Friederick Boreman consigliasse con insistenza al signor innominato di telefonare alla signorina giardiniera, ma lui imperterrito gli rispondeva che la signorina giardiniera sicuramente non aveva voglia di vederlo e poi cosa le telefonava a fare? Aveva imparato a dissodare da solo e le fragole, in fondo, non gli erano mai molto piaciute. Friederick Boreman gli diceva: "Zuccone caratterizzato da forsennato orgoglio, ma la vuoi capire o no che sei innamorato di quella piccola giardiniera, e anche lei di te probabilmente, solo che dovresti smettere di prenderla a zappate e dovresti comprarle quel braccialettino che s'è detto"; e tutte le volte gli chiedeva di dargli le monete che aveva in tasca, come si è già spiegato, per togliergli l'attaccamento al denaro. Magari tu, lettrice o lettore, ti sei convinto che furbamente quei soldi Friederick Boreman se li tenesse per sé come potrebbe fare un truffatore o un ciarlatano. No invece, cara mia o caro mio: un bel giorno Friederick Boreman si presentò a casa del signor innominato con una minuta sacca di cuoio marrone; e cosa c'era dentro quando la aprì se non un braccialettino d'oro! "Zuccone, eccolo qui il braccialettino", disse Friederick Boreman al signor innominato. "Mannaggia", disse il signor innominato, "ora mi tocca ripagare quell'oggetto, chissà quanto è costato". Friederick Boreman alzò gli occhi al cielo con quella sua aria pacata e paziente: "Ma ce l’avrai la testa dura, l'ho comprato coi tuoi soldi, quelli che mi hai dato durante le sedute di elevazione spirituale. Ora, glielo vuoi portare, sì o no, quel braccialetto alla signorina giardiniera? E quando glielo darai le dovrai dire che ti dispiace di averle provocato tanti lividi e di non averle mai offerto l'acqua minerale propendendo sempre per il rubinetto, hai capito bene?". Il signor innominato era sul punto di piangere, non sapeva nemmeno lui se era per la bontà infinita del suo interlocutore, o perché Frederick Boreman gli aveva speso tutti quegli euro per il braccialetto. Comunque, era l'unico di cui si fidava, perciò fece come gli veniva indicato. Andò di persona alla casa della signorina giardiniera. Lei gli apparve sulla porta col grembiale a fiori che si metteva quando cucinava il sugo del sabato mattina, aveva anche un fazzolettino tutto colorato sui capelli, se no, gli aveva spiegato una volta, se li ungeva. "Ah", disse la signorina giardiniera, "è lei, signor innominato, credevo che fosse la mia sorella che viene con nostra madre a mangiare a casa mia oggi che è domenica". Allora il signor innominato, tutto d'un fiato e in modo serio, nonché abbastanza burbero anche se in realtà era intenerito, disse: "Signorina giardiniera, mi dispiace di averle fatto dei lividi in passato e di non averle mai dato l’acqua minerale”, poi le allungò il braccialetto dentro la borsina di cuoio, lei lo tirò fuori dalla borsa, frattanto erano sempre lì sulla porta. La signorina giardiniera guardò il braccialetto, poi guardò il signor innominato, poi lo riguardò, dico il braccialetto, poi riguardò il signor innominato; e così varie volte: stettero un buon cinque minuti senza dire una parola; alla fine la signorina giardiniera disse: "Grazie, signor innominato, magari si ferma a pranzo che è quasi il tocco e oggi si fanno i pici?". "Eh, beh, cioè, io, insomma", ma lei lo sapeva che i pici erano il suo debole. Gli aprì la porta e la richiuse appena fu entrato. Se poi anche si dettero un bacio o simili sarebbe un'altra storia, per ora basta.
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