9.7.09
SCRITTURE: La Fortezza (2)
Capitò che la temperatura si fosse abbassata parecchio quel mattino di luglio, scendendo a circa 15 gradi, aveva acceso il riscaldamento, così era il Nord, imprevedibile: hah hah, non c'era certo il caldo appiccicoso, che so?, di Roma o di Firenze, no, c'era bello fresco; scriveva sulle pagine preconfezionate del portatile. L'umidità non troppo pronunciata, la mente tenuta sotto controllo dalla disciplina delle righe che si susseguivano, un senso di presenza dato dall'udito (batteva ancora sul computer come se fosse una Olivetti invece di sfiorare i tasti come facevano i più giovani di lui); la selva delle passioni occultata in qualche recesso dello stomaco; non c'erano attorno aragoste gonzaliane da addentare o case brianzole da percorrere con ira, no, soltanto taglierini residui all'aglio cucinati con scrupolo, buoni a dire il vero; e in contemporanea la cioccolata calda da bere d'un fiato dopo il primo piatto, accompagnata da bocconi copiosi di briosce al burro ripiene di marmellata di mirtilli. Ah, sì l’antipasto era prosciutto con insalata russa, rafforzato da maionese aggiuntiva per insaporire. Il pane era pane di Francia, pane bianco fragrante come quello della Torino bene dell'Ottocento.
Cosa succedeva nel frattempo? Un giro dei blog confermava diverse ragazzine anoressiche e bulimiche, l'imbonimento dei grandi della Terra da parte del leader della nazione in zona terremotata, statistiche sulle vacanze sempre meno all'estero degli europei, diritti umani violati. Era come nel sogno della notte precedente, grigiastro, pessimista: in un letto del primo Novecento, a Vernazza, nell'appartamento comprato da S., erano saltati fuori i topi, un gatto che apriva la porta da sé, un cane rattoppato con le orecchie pendule; S. non c'era; la proprietaria del cane spiegava che il tempo era tempo e carezzava l’animale sulla nuca. Non si capiva più cos'era fondamentale in quello scorcio di ventunesimo secolo. Tutto correva nella stessa direzione, probabilmente verso un'entropia.
Come passava le giornate di ferie? Avrebbe voluto fare qualcosa di fondamentale, di solidale, di utile agli altri, invece poniamo il giorno prima l'aveva trascorso davanti al portatile a passare di film in film di fantascienza, da When the world collide a 2010 a League of extraordinary gentlemen, quest'ultimo forse non tanto di fantascienza quanto di fantapassato. Ne era esausto e insoddisfatto.
Poteva allora consentirsi oggi, dopo quei film fantastici e quel sogno cretino, di odiare l'intero genere umano? No, eh no, perché sarebbe stato troppo facile, come ripeteva a suo tempo suo padre. Delirava, pensò ridacchiando: lui doveva voler bene a tutti (ma una voce dentro, laggiù, diceva tranne che ai nemici e Jeckill ne sardonicchiava).
[2. Continua]
7.7.09
Alfabeti, 2: A
Apatia ascrivibile ad alienazione, accompagata ad acredine.
Aspetta: anche amici, amori, atti antepassati accumulano astio, acrimonia, ahimé.
Ammagliare azioni appropriate all'anima annoiata, arida, agoinfissa.
Avviare aliterapie, arieggiamenti.
Avertere arcosòli.
Armillare antalgesici.
5.7.09
SCRITTURE: La fortezza (1)
Si era costruito un fortezza in cui viveva solo, davanti al mare, a mezza costa, un po’ fuori della carrabile: una costruzione simmetrica, con vetrate grandi, poggiata a un versante montano con pini marittimi e quercioli.
Andava al lavoro in auto fino alla stazione e da lì alla città in treno, ma tutte le mattine all’alba frequentava un centro sportivo dove si tratteneva un paio d’ore. Il fine settimana c’erano lunghe camminate sulle colline circostanti.
Le giornate feriali erano basate su una routine che era meglio non cambiare mai, anche se non sempre si poteva rispettare scrupolosamente il tran tran auto, treno, lezioni all’università, pranzo frugale in qualche locale appartato del centro, rientro a casa, lettura, o dvd, o tv, e gli esercizi yoga. Capitava infatti la volta che non poteva sottrarsi a impegni mondani, tipo la presentazione di un libro, una lettura di poesia, un’opera teatrale, una pellicola trash al cinema, di fantascienza o di Bollywood, o anche artistica e d’autore. Certe sere, poi, non riusciva a fare a meno di mangiare fuori, nei ristoranti indiani o cinesi della zona. Però, a parte le rare infrazioni, le giornate procedevano con la regolarità grigia e rassicurante delle azioni ripetitive, sempre uguali, che conferivano una serenità forse posticcia, ma durevole anche per vari giorni. Anzi, era una crisi se doveva viaggiare verso destinazioni lontane come gli capitava anche troppo spesso vuoi per lavoro vuoi per ragioni di famiglia o in quei periodi, che negli ultimi dodici anni si erano verificati con durate di circa tre anni l’uno, nel corso dei quali consentiva a giovani donne provenienti dal paese natio di entrare nella fortezza, anzi le invitava a restarci, ma non sembravano interessate fino a quel punto ed esaurito l’interesse turistico per il paese in cui lavorava il protagonista di questi paragrafi, stavano più volentieri a casa loro, così per quei trienni era lui a viaggiare, aerei su aerei con intervalli a volte anche settimanali. Esplodeva la passione nel senso migliore, poi in quello peggiore. I risultati di quelle aperture della fortezza erano stati disastrosi, tanto per il protagonista quanto per le ragazze. Raggiunta questa consapevolezza, avrebbe voluto rassegnarsi a una solitudine dignitosa, ma se in alcune giornate tutto filava liscio, quante volte erano invece soliloqui con mugugni e perfino depressioni.
Non che fosse misantropo, tanto meno misogino, tutt’altro. E’ che non gli sembrava più il caso di frequentare troppa gente, tranne gli amici di sempre, prevalentemente in patria, o una comunità virtuale che non lo impegnava a tempo pieno. Avrebbe voluto che non gli mancasse la gente. Invece non era così. Se si sentiva solo, andava al caffè dell’aeroporto, luogo adattissimo, per la natura transitoria, a scrivere sul portatile e a guardare gli altri; idem in qualche locale sul mare, o in libreria. In tali circostanze non si sentiva più seguito dalla propria ombra o da quella degli altri e provava meno disagio a stare per conto proprio.
[1. continua]
28.6.09
FRAMMENTI, 42: Malpensa
Decolla volentieri dall’aeroporto di Malpensa; e questo non ha niente a che vedere con la polemica sui vantaggi dello scalo milanese rispetto a quello romano e viceversa. Semplicemente, gli piacciono i soffitti alti, la lunga scala mobile che sale dal piano interrato ai banchi di accettazione, le vetrate luminose che danno sulle piste: in breve, l’idea di spazio e di modernità.
Il check in è svelto stasera. Prosegue verso l’area doganale. Esegue i riti consueti, supera la barriera, passa il controllo passaporti.
Attraversa il duty free, popolato soprattutto da giapponesi. Questa è un’altra delle ragioni per cui gli piace prendere il volo serale: perché c’è l’aereo per Tokyo circa alla stessa ora; i passeggeri si disperdono nella sala d’attesa tra alimenti e boutique.
E’ incuriosito dai loro sorrisi accattivanti, dal modo gentile e familiare con cui gli chiedono informazioni: succede con una certa frequenza, forse lo scambiano per un inserviente dell’aeroporto dato che si veste sempre di blu o di grigio. Di grigio stasera, mentre una giapponese slanciata dal volto cortese, elegante, in camicia gialla con un foulard intonato, gli chiede “pizza?” e lui indica il banco pertinente, ringraziato da “thank you thank you” e piccoli inchini che si sforza di ricambiare impacciato.
Eccoli alla cassa alcuni giapponesi di questo volo mostrare yen rifiutati e ricorrere alla carta di credito; si consultano tra di loro; ora due signore; ora coppie; ora gruppi di tre o di sei, raramente si notano individui soli. Le assistenti di volo stanno appartate in piedi, chiacchierano in attesa che si apra l’ingresso di servizio e inizi la fila alla porta d’imbarco.
Così si immagina di andare in Giappone, invece che verso la sua destinazione europea. Gli altri voli concomitanti lo interessano meno: Dhoa, Gerusalemme, San Paulo. E’ quel gruppo di giapponesi ad attrarre la sua attenzione, come se le altre geografie della serata, pur interessanti, anzi composte da viaggiatori più compositi, non fossero in grado di suscitare attenzione.
Potrebbe articolare una storia da questa sala d’aspetto. Fare un colpo di testa, correre fuori, acquistare il biglietto per Tokyo, rientrare trafelato con la carta d’imbarco in mano, ultimo tra i partecipanti al volo, essere guidato da un’assistente composta che gli indica il sedile libero con gesti efficaci e non affrettati, invitandolo ad allacciarsi la cintura di sicurezza. Tira un respiro di sollievo, ce l’ha fatta, è diretto in Oriente, si volta verso la sua vicina, oh ma è la signora col foulard giallo, che sta bevendo a piccoli sorsi acqua da un bicchiere conico e minuscolo, lo guarda per un istante con l’immancabile sorriso e gli occhi neri vellutati. Cosa gli prende? Lui tanto riservato, le stringe la mano, forse già un errore, si presenta, nome e cognome. “Noriko, mi chiamo Noriko”, risponde lei in perfetto italiano. Intrecciano una lunga conversazione; e, come Jacque Tati a Parigi, ma coi ruoli invertiti, la graziosa giapponese lo conduce in giro per Tokyo tutte le sere quando esce dal lavoro per dieci giorni…
No, risvegliati, torna alla realtà. Ma quale Tokyo? Ma quale Noriko? Devi dirigerti verso la città in cui lavori, concéntrati semmai su quell’energumeno in doppio petto a strisce blu e grigie che non si stacca un istante dal cellulare. Solo tu e lui siete seduti su questa fila nella sala d’attesa, non ti ha notato. Senti davvero quello che credi di sentire? Ha detto proprio “Quei 138.000 euro li ripuliamo in Olanda?”. No! E’ un mafioso, o comunque un malvivente; appartiene a un qualche entourage politico pericoloso? Si volta col cellulare ancora tra le dita ruvide, ti ha visto, comincia ad avvicinarsi, mette la mano in tasca, non potrà certo spararti così quasi in pubblico, in un aeroporto, no infatti, estrae un lacciuolo, te lo stringe attorno al collo…
Si era addormentato. Suda, ancora agitato dall’incubo dell’assassino. Si guarda intorno. Tutto normale, c’è tempo, ha questa mania di arrivare all’aeroporto con anticipo esagerato: nonostante i voli frequenti, non si è mai rassegnato a presentarsi all’imbarco l’ultimo quarto d’ora.
Ha fame. Sul piano ristoro, l’aeroporto di Malpensa non è promettente. Al self service, l’insalata sembra di carta, gli spiedini sono salsicce alternate al grasso, la frutta è acerba o passata. I gelati hanno un buon aspetto, ma andiamo, è già ringrassato cinque chili. Calorico per calorico, tanto vale darsi alla pizza, ecco sì, forse l’unica opzione accettabile, visto che anche i panini con le milanesi hanno un’aria smunta e d’itterizia, col giallo dell’impanatura che sembra uscito da un dipinto fauve, un colore che non esiste in natura, chissà cosa ci hanno messo dentro. Pizza sia, non male in effetti, ma non lo nutre, non riesce a sentirsi sazio negli aeroporti italiani. Pensare che si mangiava così bene tempo fa, tanto che a volte si faceva finta di partire per gustare un pranzo raffinato, per esempio all’aerostazione di Genova negli anni Novanta, al piano di sopra, aperto a tutti e da dove si vedevano i decolli, gli atterraggi e ci si sentiva più moderni.
Chiamano il suo volo. La coda. “Have a safe journey, Sir”: anche con la carta d’identità italiana lo prendono per uno straniero. Il corridoio del velivolo. Siede al suo posto, 15C. Vicino a lui c’è quella signora giapponese, la presunta Noriko, ma allora non andava a Tokyo… un sedile più in là il marito di Noriko, un tipo atletico in doppio petto a strisce blu e grigie, gli sorride, chiede notizie sul volo, sulla destinazione, su come prenotare un albergo, che lui fornisce con competenza, non a caso lavora nel settore del turismo, non a caso abita in quel posto da quasi trent’anni…
Si chiude il portello, iniziano le manovre sulla pista, presto sarà il decollo. Un paio d’ore di volo e poi casa. Casa? Ma dov’è casa in questo continuo andirivieni tra estero e Italia? Si addormenta mentre l’aereo infila il cielo vuoto, nuvoloso.
26.6.09
VITA, 33: Vetri
Ci sono momenti di acquietamento.
(Poco fa il sole, con l'impressione del calore e la luce rapida tra i vetri; il mondo esterno si insinuava restando separato; al di qua un interno, nel silenzio, al sicuro).
24.6.09
22.6.09
Alfabeti, 1: I
SOLITUDINE ALFABETICA:
i sola
SOLITUDINE GEOGRAFICA:
isola
SOLITUDINE DALL'ALTO:
solai
SOLITUDINE MELODRAMMATICA:
iiiiiiii sola
SOLITUDINE DI UNA NOTA TRISTE:
ai sol
SOLITUDINE CONSAPEVOLE:
i, la so
[PS. Questo si può anche ritenere un testo demenziale e basta, ma potrebbe avere significati reconditi non percepibili immediatamente]
20.6.09
FRAMMENTI, 41: Invisibile?
"Non sei diventato invisibile ed è per questo che sei come sei", diceva una voce che non si sapeva da dove venisse.
Cercava di dialogare con la voce, ma non c'era già più; non era chiaro cosa intendesse; non sapeva come rendersi invisibile, del resto.
Tranne in forme limitate: per esempio nascondersi su un'isola; non intervenire a riunioni pubbliche; sedersi nelle ultime file al cinema.
Forse la voce che parlava di invisibile suggeriva quello? Quel tentare di non farsi notare?
Non ne era certo; anzi, pensandoci, era certo del contrario. La voce, se aveva parlato in quel modo stentoreo, pur se non autoritario, doveva voler dire qualcosa di più profondo, di importante.
Però lui non sapeva cosa.
Sospese, per il momento, l'indagine.
18.6.09
FRAMMENTI, 40: I gioielli uguali
Ma da dove veniva quella scena? La scena dei due gioielli uguali. Il ragazzo aveva comprato un gioiello per la fidanzata, scegliendolo con l'aiuto di un'amica, alla quale tanto era piaciuto il gioiello che lui, senza dirglielo, l'aveva ordinato uguale anche per lei, al che lei l’amica e consigliera si era tanto risentita: "Come? Regali la stessa cosa a due ragazze diverse, così raddoppiando?".
Poi la scena sfumava, la memoria non la tratteneva...
Da dove veniva? Era stato un film? Forse un film di Bollywood?
Un sogno, magari?
O l'aveva letto in un racconto?
Associava il gioiello al maledetto, "Rajah's diamond" di New Arabian Nights di Stephenson, che passa di mano in mano provocando disastri, finché non viene gettato in un fiume per annullarne il potere negativo (la Senna a Parigi: aveva un senso specifico anche la localizzazione del rigetto?).
Precipitato nell'inconscio, il diamante di Stephenson? Sepolto?
E perché nella sua scena di film, o nella memoria, o nel suo sogno, quel che era insomma, si trattava di due gioielli per due ragazze? Gemelle? Due sirene del passato? Senso della ripetizione delle esperienze?
Gli restava un senso di enigma e di inanità di ogni azione compiuta fino a quel momento.
E non si poteva fare nemmeno una ricerca sensata se non sul senso simbolico dei gioielli, che riservò ad altro momento, domandandosi perché gli tornava in mente, nello stesso istante, una visita mancata a Bruges, che era stata programmata durante un soggiorno a Bruxelles, ma poi non si era attuata.
Quanti atti mancati.
Quante rovine nella memoria, accumulate.
Non riusciva a farsi strada tra i sassi di quei cumuli fatati, che non sapeva disfare.
16.6.09
FRAMMENTI, 39: Il parco di Craiova
Quanto tempo era passato? Sì, certo, lo sapeva, ma preferiva non ricordare la data precisa, beh, non proprio giorno e mese, ma almeno l'anno, comunque era tanto tempo prima, tanto...
Insomma: dovevano andare al parco di Craiova in ciascuno dei soggiorni in quella città; se lo erano ripromesso tre volte, poi invece non c'erano andati, nemmeno l'ultima volta, un po' triste, come la ricordava adesso (tragica come l'aveva vissuta allora).
Se ci fossero andati, pensava, non sarebbe mai successo il peggio. La visita al parco, cioè, era come un pellegrinaggio di salvezza. Invece lo avevano evitato, per una ragione o per l'altra.
Il motivo della prima visita mancata era stato lo scarso tempo a disposizione. Nel corso della seconda, la neve caduta troppo copiosa. La terza volta, certi dissapori non avevano incoraggiato il turismo.
Era così passato davanti al parco senza di lei, la terza volta, con un autobus inviato a prenderlo dall'amministrazione comunale, per lui solo, per portarlo alla stazione in "un'alba fredda e livida", pensò così la frase come se fosse un film con Jean Gabin. Comunque in quella città non ci aveva poi più rimesso piede.
Ora il parco di Craiova era su Internet, c'erano le immagini e le istruzioni turistiche, tutto il necessario insomma. Solo che andarci non era più né urgente né essenziale.
"Sic vita nostra fugit".
14.6.09
VITA, 32: Fato
"Fatum, quod heimarmenen Graeci vocant, ad hanc ferme sententiam Chrysippus, Stoicae princeps philosophiae, definit: 'Fatum est' inquit 'sempiterna quaedam et indeclinabilis series rerum et catena volvens semetipsa sese et inplicans per aeternos consequentiae ordines, ex quibus apta nexaque est'" [1].
Così, dunque, nella serie eterna e sempre ripetuta di cose indeclinabili e che si riavvolgono su se stesse... Noi presi in esse...
[1] Aulo Gellio, Noctes Atticae, VII.II.1.
12.6.09
MODERNITÀ, 18: Emoticon
Gli emoticon sono esseri benigni, evolutisi dai cartoni animati e popolanti una fauna di superficie che interagisce con gli esseri umani, anzi li rappresenta e in varia misura rappresenta un rispecchiamento delle loro emozioni tramite la rappresentazione di espressioni facciali, democraticamente uguali per tutti e intese a mettere di buon umore. Raramente si inviano emoticon a coloro con i quali si intende litigare.
10.6.09
INTERVISTA A UNO SCRITTORE, 1: Il caffè
Domanda: "Dove scrive di preferenza?"
Risposta. "Difendo l'uso dei tavoli nei caffè per prendere appunti e scrivere, soprattutto se c'è non chiasso, ma brusio; gente che chiacchiera anche in più di una lingua; rumori di fondo provenienti da dietro il banco del bar; tavoli spaziosi se rettangolari, piccoli se tondi; vetrate sul traffico e sul mare o sul verde o sui passanti".
D.: "Meglio, in questi posti, usare il computer o la penna?"
R.. "Guardi, io posso a volte preferire l'uno o l'altra. Se è penna, in ogni caso, la stilo in patria e la biro all'estero, ma non mi chieda di usare il lapis, né tanto meno il pennarello, nemmeno quelli a punta fine".
D.: "Naturale, capisco. Lei, com'è noto, risiede a..."
R.: "Non facciamo nomi, per cortesia".
D.: "D'accordo, ok... Insomma, nel luogo in cui Lei abita, ci sono dei locali adatti?"
R.: "Sì, ce ne sono almeno due, uno al primo piano di un edificio ottocentesco, disposto all'angolo tra due strade della zona pedonale in centro, mi ricorda tanti scrittori di vari decenni fa, da Hemingway a Jean Rhys, che mi pare scrivessero entrambi nei bar di Parigi, anche se la città in cui abito è ben diversa; l'altro caffè dà sul fiume e mi piace di più, soprattutto se devo, come capita in certi miei racconti, parlare di tendenze suicide, di tuffi sfrenati, di gite in barca tra amici, di signorine ottocentesche col vestito bianco e il parasole a passeggio sulle banchine".
D.: "Se scrive a mano, che carta usa?"
R.: "Fogli piccoli, da staccare da vari taccuini, che mi premuro siano di carta riciclabile, adatta alla scrittura anche per il colore beigeastro o grigiastro. Quasi tutto quello che compongo in questo modo, tornato a casa, lo stacco da taccuini e lo butto via. Invece, se scrivo al computer, cancello direttamente dallo schermo".
D.: "Ah, ecco... Cioè... e cosa rimane?"
R.: "Quello che Lei ha letto e che L'ha spinta, con mia sorpresa somma, a sottopormi a questa intervista".
D.: "Le devo confessare di non aver mai letto alcuna Sua opera, solo dei riassunti su Wikipedia; è il direttore del mio giornale che mi ha mandato da Lei, non avevo tempo di leggere i testi".
R.: "Non aveva tempo... Beh, meglio così, perché ne avrebbe trovati ben pochi. Di mio ci sono soprattutto, appunto, i riassunti su Wikipedia, che ho scritto io stesso tempo fa, ma quasi tutte le opere a cui mi riferisco e che sintetizzo in quella biografia non sono state composte. Ritengo che il riassunto debba prevalere sul totale, che la trama conti più della descrizione, che la narrativa serva per le storie che mette in circolo più che per le continuità compilate da cima a fondo".
D.: "Ah, ecco, una tesi interessante, un po' alla Borges, forse. "
R.: "Non diciamo sciocchezze. Borges è insuperabile e inimitabile, non mi sognerei di riferirmi a lui".
D.: "Però il Suo romanzo Multiramina esiste davvero, anzi ha ottenuto un discreto successo".
R.: "Ciò è corrispondente al vero. L'ho scritto come in trance, l'ha mandato mia moglie all'editore, io l'avrei bruciato nel caminetto".
8.6.09
FRAMMENTI, 38: Il foglio
La vita percepita in forme frammentarie. Era seduto in una veranda sul mare, scriveva. La pagina si infittiva di inchiostro, respingendo più in basso il vuoto.
6.6.09
FRAMMENTI, 37: Canneto
C'erano degli spazi tra la trama fitta delle canne: triangoli disposti dai fusti disordinati, linee parallele tra le aste, curve del fogliame; un pieno verde che lasciava intuire il vuoto al di là del folto vegetale, un oltre per il momento irraggiungibile.
4.6.09
FRAMMENTI, 36: Sicilian Avenue
Si era alzato dal suo tavolo, voltandosi di scatto, quando aveva visto lei leggere il giornale in un angolo del bar all'aperto, a Sicilian Avenue. Proprio qui?, si disse. Strano come si rincontrano le persone nei posti più imprevedibili. Dopo tanti anni che non si vedevano, dopo tante lettere rimaste inevase, dopo... I ricordi non gli piacevano, cercò di liberarsene. Decise di andarle incontro. In fondo, anche se c'era stata animosità a suo tempo, ora che il tempo era passato potevano ben dirsi qualche cosa, poteva magari scusarsi. Quell'infinito lo paralizzò. Come, scusarsi? Lui, scusarsi, eh no, si disse, era lei che avrebbe dovuto scusarsi e come. No, si disse, cosa gli saltava in testa? Cosa c'entravano scuse e non scuse? Sicuramente lei lo detestava ancora e non avrebbe mai intavolato una conversazione gradevole. Oppure, sì, poteva anche succedere che non lo riconoscesse nemmeno. Intanto aveva pagato il conto. E se non era lei?, si chiese. La guardò un po’ più da vicino, senza farsi notare, avanzando di un tavolo. Sì, forse non era lei, meglio non rischiare una brutta figura, si allontanò in direzione del British Museum; in fondo, a Londra c'era venuto per vedere una mostra, non per rivangare il passato.
2.6.09
MODERNITÀ, 17: Esterno
L'esterno rappresenta lo spazio visibile all'Altro, dall'Altro; il catalogo degli oggetti simbolici; la fuga di prospettive; il respiro più ampio; la presenza della piazza; l'azione rivolta verso il mondo; l'aria da percuotere inutilmente.
30.5.09
28.5.09
26.5.09
24.5.09
22.5.09
20.5.09
FRAMMENTI, 35: Il parco
La giornata si addensava nuvolosa quel mese di marzo, era come se gli arbusti del parco, spogli, coi rami riarsi dal gelo che non voleva andarsene, e che delineavano figure ispide e opache tra le connessure della cancellata da cui si vedeva a sprazzi la strada, volessero indicare, malgrado la loro identità in quanto componenti naturali, dei simboli di solitudine e chiusura, quasi il chiarore si convertisse in ombra sotto le foglie, le cui forme sembravano rese incerte, in modo amplificato, dalla nebbia che, nella mattina cupa, si infittiva intorno alle aiuole, alla cancellata, ai proprietari coi cani a passeggio, alle persone sedute sulle panchine, infiltrandosi nello spirito sconsolato ad additare la fine dell’inverno, accompagnata però dal perdurare del freddo, e, più in ampio, nel cuore, dalle recriminazioni, con scarsezza di prospettive.
Sì, perché camminava e camminava in quel parco Ennio Nogemi e se n’era forse andata per sempre la felicità di quando in una località montana aveva conosciuto Liliana Marti, col vestito da sera sopra il ginocchio, a un ballo in stile anni Venti; e qualche tempo dopo quella passeggiata con lei nel parco della città in cui abitavano: teneva il parasole graziosamente aperto sopra la crocchia bionda e guardava il lago artificiale con gli occhi celesti, a volte allungandogli qualche occhiata timida e riservata che, ora che non erano più insieme, gli pareva un calice amarodolce che non si riuscisse a posare.
"Bevemmo", si disse Nogemi, "il tempo della nostra frequentazione", deprecando tuttavia quel linguaggio melodrammatco, guardandosi anzi intorno caso mai gli fosse sfuggita la frase triste a voce alta, come la solitudine lo conduceva a volte a fare.
"Oh", sospirò tra sé.
Ricordi di quando quando lei lo prendeva sottobraccio… della voce di Liliana squillante... della sbadataggine di quella ragazza un po' svampita al volante... del suo sorriso inimitabile... di...
Strano, non ricordava testualmente nemmeno una della frasi che si erano detti, ne aveva solo memoria visiva, tattile, sentimentale: la prossimità, l'umore capriccioso, l'impostazione sostanzialmente positiva nei confronti degli altri.
Eppure avevano parlato tanto... ogni giorno... di cosa? Del più e del meno, cercò di ricapitolare tra sé; e di letteratura, di politica, di questioni personali; ah sì di quadri, perché Liliana dipingeva e aveva preferenze decise nei confronti dell'avanguardia nel campo dell'arte. Gli tornavano in mente solo quegli argomenti come in un elenco, ma non le parole precise che Liliana aveva pronunciato.
Avevano litigato spesso? Non se lo ricordava.
C'erano motivi di vero dissapore? A parte il fatto che lei gli aveva confessato negli ultimi giorni di doversi sposare con quel francese, il Comte di je ne sais pas quoi, si disse con odio perdurante Ennio Nogemi.
Era finita così.
Del resto, nei primi tempi di quella storia, un'oroscopista gli aveva predetto che si sarebbe imbarcato in un'ennesima relazione senza scopo. Non che lui credesse alla chiromanzia, ma insomma...
Ahimé, tutto ha termine... Restava il parco solitario e gelido, che Ennio Nogemi contemplava senza capire più chi fosse e cosa
volesse dalla vita.
Scrocchiava sotto la punta dell'ombrello una foglia secca, trafitta inavvertitamente. Nogemi uscì dalla cancellata laterale.
18.5.09
16.5.09
VITA, 30: Lo stagno
Si mise a guardare la superficie dello stagno, con lo sguardo fisso sul muschio verde assiepato da un lato e sull'acqua bigio-cupa dall'altro.
Ci buttò dentro varie parole: disperazione, solitudine, fine delle illusioni, scarsezza di futuro, sopravvivenza, pessimismo.
Quelle parole entravano sotto la distesa limacciosa, una dopo l'altra, inabissandosi. L'acqua poi si richiudeva. Niente cambiava all'esterno.
14.5.09
VITA, 29: Minimi e massimi
Il cavaliere avventuroso aveva fatto del byronismo una norma di vita: passioni, traslochi da un amore all'altro, dispute ideologiche, coinvolgimento attivo, spada impugnata dalla parte dell'elsa a fendere a volte gomene di navi che partivano, a volte anche solo l'aria per perseguire progetti talora grandiosamente utopici e talaltra semplicemente inutili.
Si rivedeva in certe situazioni: sfigurato dall'ira, inebetito da allegrie irrefrenabili e passeggere, ipnotizzato da bagliori tenui nelle notti insonni, intossicato da stati di esaltazione febbricitanti.
Aveva investito nel massimo; ora gli restava un minimo consistente nella possibilità di une vie routinière da condursi nella proprietà di Aix-en-Provence, rimastagli da quanto aveva dissipato negli ultimi anni infaustamente. Lui, fattore e produttore di vini d'annata come già era stato suo padre, proprio la condizione di vita da cui era fuggito in gioventù per conquistare Parigi e oltre verso Americhe, lussi, amanti, speculazioni finanziarie, per tornare trent'anni dopo, tale e quale a prima, soltanto invecchiato, finita la buona sorte che lo aveva assistito stranamente?
Si guardava allo specchio, c'era un anziano lì davanti che cercava di aggiustarsi il fiocco del papillon e nemmeno quello gli riusciva troppo bene. Sopra il colletto inamidato bianco e la seta nera si profilavano pelle solcata da rughe, labbro caduto, viso perplesso. Che cosa c'era dietro di sé? Ricordi. E nel presente? Il vuoto. Quanto al futuro, vita di campagna, appunto.
Sedé sul bordo della poltrona di fianco allo specchio, fuori della portata dell'immagine riflessa.
12.5.09
FRAMMENTI, 34: Storia della Monisa e di Berotro
UN MATTINO
Erano lì al bar; e dietro il banco come al solito c’era il trovatello Berotro a fare il caffè, a servire i ponce, a badare a tutto da solo, sudato, poveraccio.
"Oh, com'era il risotto?", chiese Coridei al trovatello mentre metteva tre cucchiaini di zucchero nel caffè dal nervoso dovuto a invidia e faceva finta di leggere "Tuttosport" (era lunedì).
"Eh, quale risotto?", rispose il trovatello.
"Quello della Monisa", disse Coridei.
"Ah, sì, poi è andata a finire che non c'era tempo di mangiare tra una cosa e l'altra", rispose il trovatello con lo sguardo un po' assente mentre la Monisa entrava nel bar, andava dietro il banco (gesto mai visto prima!), prendeva Berotro per la mano con la sua mano sinistra e gli metteva la mano destra dietro il collo per baciarlo SULLA BOCCA!!! Uno scandalo, lo zucchero versato da Coridei sul pavimento, il Montini che restava con la stecca del biliardo fissa sulla boccia mentre l'anziano Ginperi approfittando della distrazione del Montini buttava la boccia in buca e pensava: "Ma dimmi su cosa si fissano questi ragazzotti, su quella smorfiosa, io se vinco questa partita riesco a farmi un piatto caldo alla mensa dell'ARCI per lo meno".
Era così la Monisa: scompigliava gli ambienti al suo passaggio, faceva perdere la testa a tutti tranne che ai novantenni.
Berotro le disse: "Lo vuoi il caffè?.
"No, oggi prendo il tè, quello alle rose di cui mi hai parlato ieri sera. Anzi portamene un po' anche a casa stanotte quando smonti e torni da me, vai".
"Vai", disse il trovatello con insolita spavalderia mentre faceva il tè, intonando una canzone di quelle che piacevano a lui, piuttosto antiquate (e stonate) che la Monisa ascoltava sforzandosi di non dirgli di smettere (come si proponeva di fare magari dopo un paio di settimane, per ora non voleva offenderlo, ma già pianificava di fargli smettere le magliette grigie a favore di t-shirt gialle e di fargli togliere di testa il berretto di finta lana per fargli rapare la testa a zero o almeno pettinarlo secondo le indicazioni di Chardin).
Intanto Coridei tirava addosso al trovatello una tazza, che il barista schivava abilmente, abituato com'era al sopruso aveva sviluppato modalità intuitive del pericolo eccezionali, e poi sennò doveva pagarla lui, anzi parò la tazza con la mano libera da quella della Monisa che lo stava coccolando. La Monisa allora uscì dal bancone, si mise con gli occhi a tre centimetri dagli occhi di Coridei e gli disse: "Te ne approfitti perché è un trovatello sottoproletario, eh? Veditela un po' con me, prova un po' a tirarla a me una tazza addosso, eh?". Il Coridei disse: "Oh Monisa, ma che ciai?", ma lei era in preda alle furie e gli aveva già preso il naso con le dita e glielo strizzava. "Oh Monisa, mi fai male", disse Coridei. "Appunto, sparisci dalla mia vista", disse la Monisa. E così fu, se ne andò imprecando, quello, intanto la Monisa tornò dal trovatello e gli disse: "Continua la tua canzone, Berotro, finché c'è qui la Monisa non ti succederà niente". "Grazie, dolcissima", disse Berotro; e la Monisa pensava: "Beh è affettuoso, anche se per questa scena magari quello non era l'aggettivo più adatto". Poi andò al lavoro, alla telefonia, erano le 6.45 del mattino, che vita assurda pensava mentre le veniva nostalgia del podere dei suoi in montagna.
QUALCHE GIORNO DOPO
Quando la Monisa si svegliò, trovò Berotro al telefono, erano le sei e mezzo, era preoccupata, a chi telefonava il trovatello? Parlava tanto piano che non sentiva niente. Gli chiese, quando terminò la telefonata: "Oh te, è questa l'ora di telefonare?" "Ah si, ecco, io, cioè". "Qualcosa di grave?" chiese la Monisa. Ah no, cioè insomma no no". La Monisa cercava di restare calma, gli disse invece urlando e brusca: "Insomma Bero, con chi eri al telefono? Non era certo la tua famiglia visto che non ce l'hai". E dire che sembrava un tipo gentile quando sorrideva la Monisa, invece ciaveva quel lato caustico. "Ma dai, Moni, è che cioè era una telefonata che non so se posso dirtelo...". Ma la Monisa gli aveva già preso il telefono di mano e aveva visto il numero, che conosceva fin troppo bene: era quello dell'Omorfissa, una sua amica e collega della telefonia che si vestiva con le sottane corte e i tacchettini. Gli diede uno schiaffo sulla guancia destra e cominciò tutto un discorso irrazionale: “No, Bero, perché io mi fido di te, ti presento anche le mie amiche e te cosa? Gli chiedi il cellulare e magari poi te le fai? O Bero, pensare che sembri tanto timido", ecc. ecc. Ma Berotro riuscì a tenerle le mani prima del secondo schiaffo e le disse: "È un'amica di mia cugina e mi ha detto che ha notizie di mia sorella, ok?".
La Monisa era esterefatta... "Tua cugina? Tua sorella? Ma non sei un trovatello senza famiglia? Mi hai raccontato un sacco di balle" disse la Monisa e fece per saltargli addosso e graffiarlo, la schivò per un pelo, si chiuse nel salotto e di lì le disse: "O Moni, ma sei una pantera scatenata! Mia cugina non è mia cugina, la chiamo così come si potrebbe dire compare o simili, è la ragazza della famiglia che mi ha dato lavoro quando sono uscito dall'orfanotrofio e l'Omorfissa la conosce. Insomma, mia cugina mi ha spiegato qualche tempo fa che ho una sorella, ora è troppo lungo spiegarti come l'ha scoperto, e mentre a me mi hanno messo all'orfanotrofio, invece questa sorella, che si chiama Marirart, l'hanno lasciata sulla porta di una casa dov'è cresciuta, siamo gemelli e non si sa chi siano nostro padre e nostra madre. La Marirart, che era cresciuta in questa famiglia che era ricca, l'hanno rapita dei malviventi e mia cugina ha detto all’Omorfissa che pare che la tengano prigioniera ma si può riscattarla con una certa somma, insomma non ti pare già abbastanza grave senza che te mi fai tutto 'sto casino?"
"Apri la porta" disse la Monisa e piangeva, poveraccia. Pensò "Tutti a me capitano, perché ho il cuore buono, ma non potevo trovarmene uno spensierato?" Comunque disse: "Vabe', dai" e lo abbracciò compassionevole. Aggiunse: "Magari con la casa di mode, ciai presente quella dove lavoro part-time, si può dare una mano, c'è quel commissario che fa il filo alla Lina".
Per distendersi si misero a fare una partita a ramino, finché crollarono spossati dal sonno sulle sedie.
Verso le tre lei si svegliò, lo prese per mano e finirono sul materasso addormentati insieme anche se lui russava.
VARI MESI DOPO
Per farla breve, riuscirono a liberarla, la Marirart; e siccome ormai vivevano insieme, cambiarono casa e la presero nel loro appartamento, dato che non voleva tornare dalla famiglia che l'aveva adottata e che in ogni caso ogni tanto veniva a trovarla, e le pagavano anche l'Università. Era una vita così, tra la neve d'inverno e il troppo caldo d'estate, l'idea della Monisa di cambiare lavoro, magari di aprire un negozio, e quella di Berotro di mettere su un bar da qualche parte, invece tutto andava come sempre, senza variazioni, finché un giorno la Monisa disse: "Oh". "Eh", rispose Berotro. "Che ciai, Monisa?", chiese la Marirart. "È che non sto bene, portatemi un po' all'ospedale". Berotro era tanto agitato che dovette guidare la Marirart. Insomma, la Monisa era incinta, così tra poco ci sarebbe stato anche un figlio. "Dé", disse Berotro quando il bimbo nacque, "come lo chiamiamo?". "Gualtieri", rispose la Monisa. "Boh", commentò la Marirart. "Dai, Mar", disse Berotro, "se le piace, va bene, no?" La Monisa sorrise, le dava retta il suo Berotro...
Questa è una storia che potrebbe continuare un bel po', invece finisce qui.
10.5.09
FRAMMENTI, 33: Le voci
Che cosa sussurravano le voci? Non riusciva a distinguere le parole, sentiva solo in brusio indistinto ma costante, eppure era sicuro che quelle voci dicevano qualcosa. Gli arrivò un mezza sillaba: la..., un'altra qui..., poi di nuovo il parlottio a bassa voce, come un coro, meglio un cicaleccio a ondate, una specie di bz ripetuto, che pareva indirizzarlo; prestò ascolto, immaginando di avvicinarsi alle voci, o di sintonizzare una radio sulla loro frequenza, ecco ora si capiva qualche parola di più: vai avanti, poi gira a destra..., seguì le istruzioni, si trovò di fronte al lago. E adesso?, si chiese, anzi capì che chiedeva alle voci; bz, risposero quelle, ma dopo un po' che contemplava il lago le parole tornarono chiare: nel fondo, vai nel fondo, dicevano le voci. Non riusciva a disobbedire, si tuffò, vestito com'era, arrivò sul fondo, ma c'era solo, tastando una fanghiglia melmosa, un niente, là sotto nemmeno le voci lo raggiungevano, gli mancava il fiato, tornò in superficie, era già buio, le voci non si sentivano più, aveva freddo, si mise a correre verso casa...
8.5.09
IDENTITÀ, 27: Paesaggio settentrionale
Lo spazio disteso e ampio del mare nel nord sotto colpi variabili di luce sull'incresparsi leggero fin dove l'occhio può guardare al confine tra la linea nerastra del primo cielo sull'orizzonte che digrada verso il grigio seguito dal bianco e l'acqua con le sfumature nervose del verde chiaro, del bigio, dell'azzurro spento mentre si esaltano tracce umane tramite oggetti colorati di giallo e celeste pastello sul proliferare primaverile della vegetazione e una brezza fredda, energica.
6.5.09
MODERNITÀ 16: La fòrmica
Negli anni Sessanta, secondo alcune immagini consultate di recente, sembravano moderni, anche spigliati forse: la fòrmica, le plastiche casalinghe, i capelli a casco, la ciniglia, le poltrone ricoperte in similpelle, i colori pastello, i juke-box e i mangiadischi.
In foto di diverso genere di quei tempi, invece, c'erano le valigie di fibra legate con lo spago, contadine in bicicletta, migranti numerosi in case piccole, l'altra Italia insomma.
4.5.09
UMANITÀ, 22: Ira
Il nemico è chi si adira, ritenendo che un nemico abbia provocato l'ira.
(Venire a patti col nemico stringendogli la mano, restringendone l'esondazione, disciplinandolo, nutrendolo di solidarietà sostitutive della crisi che ha provocato l'ira).
Iscriviti a:
Post (Atom)